Ettore Fico nel suo studio di via Medici a Torino nel 1954

Ettore Fico nel suo studio di via Medici a Torino nel 1954

Ettore Fico nasce a Piatto Biellese il 21 settembre 1917. Dopo i primi studi di pittura con il maestro Luigi Serralunga, parte per la Seconda Guerra Mondiale e dal 1943 al 1946 è prigioniero in Algeria.
Nel corso della sua lunga carriera artistica partecipa a numerose esposizioni collettive nazionali e internazionali, tra cui: la Quadriennale d’arte di Roma (edizioni VII, VIII e IX); Ia Biennale Internazionale per I’incisione a Cracovia del 1966; la Mostra di artisti italiani a Praga del 1968; la XXXIX Biennale Nazionale d’Arte Città di Milano. Muore a Torino il 28 dicembre 2004.

Ettore Fico si trasferisce da Piatto Biellese, suo paese natale, a Torino, nel 1933. Invece di intraprendere la carriera di costruttore, come tutti i suoi fratelli, si dedica fin da subito alla pittura, grazie anche all’incontro con Luigi Serralunga che lo spronò in tale senso – e ne convinse la famiglia – avendone intuito le potenzialità artistiche. Intrapresi gli studi presso l’Accademia Albertina divenne ben presto pupillo del maestro e frequentò per diversi anni il suo studio insieme ad altri giovani allievi quali Filippo Sartorio, Mattia Moreni e Piero Martina.
In quegli anni i protagonisti della scena artistica torinese erano Felice Casorati e i pittori del Gruppo dei Sei. Questo fece sì che negli anni successivi si evidenziasse nell’ambiente cittadino una sorta di dualismo tra le tendenze casoratiane (di matrice tedesca e metafisica) e quelle, appunto, del Gruppo dei Sei (di matrice francese).
Nonostante il giovane Fico si dimostrasse molto attento ai fermenti culturali dell’epoca, solo dopo la Seconda Guerra Mondiale ebbe l’opportunità di conoscere le novità provenienti dall’Europa e di prenderne parte costruendosi una propria personalità artistica.

Nel 1939 la sua formazione venne interrotta dal servizio militare che lo condusse fino in Africa Settentrionale. Nel 1943, a seguito delle sconfitte italiane, fu fatto prigioniero e portato ad Algeri. Qui, grazie alla sensibilità del suo comandante che ne riconobbe le doti artistiche, ebbe il permesso di dipingere: numerosi i ritratti di ufficiali inglesi, i paesaggi, il porto di Algeri e le sue bellissime spiagge. Gli fu riservato un trattamento particolare, tanto che ebbe una tenda-studio tutta per sé. Per tal motivo il periodo della prigionia fu caratterizzato, egli disse, dalla gioia di dipingere, nonostante il dramma della guerra.
Dal punto di vista stilistico egli era ancora legato agli insegnamenti del maestro Serralunga ma con una particolare predilezione all’introspezione psicologica dei personaggi. La fine della guerra instillò negli artisti un desiderio di riappropriarsi di tutto ciò che era stato tralasciato, provocando un proliferare di espressioni nuove e spesso antitetiche. A Torino la scena artistica si sviluppò secondo due direzioni opposte: la predilezione per l’astrattismo di Spazzapan e per il realismo di Felice Casorati, che erano allora i più importanti artisti del panorama.

Rientrato a Torino nel 1946 decise di non frequentare gli studi dei due maestri, dimostrando un grande spirito di indipendenza. Qui cominciò un felice periodo di ricerca e sperimentazione volto a scandagliare le svariate potenzialità del colore. La contrapposizione tra città e campagna, tema caro a impressionisti ed espressionisti, approda nella sua pittura: dipinge luoghi in cui non si distinguono i confini tra terra e cemento, in cui la natura e la città si fondono dando vita a paesaggi periferici di grande respiro compositivo e rarefatta e meticolosa calligrafia segnica.
La partecipazione alla VII Quadriennale d’arte di Roma nel 1955 lo pone all’attenzione del grande pubblico per l’innovazione stilistica che emerge dalle sue opere dai tratti forti con una vivace autonomia espressiva coloristica. L’insegnamento del maestro Serralunga è ormai superato, i suoi dipinti a olio sono paesaggi e nature morte vibranti di colore, steso a placche con pennellate larghe e sinuose. La rivoluzione stilistica di Ettore Fico appare evidente nella variazione della gamma cromatica, nella presenza di colori accesi e vivaci che generano forti contrasti, anche con tonalità violente, com’è tipico nell’esperienza fauve. La mostra alla Galleria Fogliato di Torino nel 1957 decreta il successo di questo suo stile tutto personale.
Alla fine degli anni Cinquanta Ettore Fico ha già ottenuto diversi riconoscimenti e, da artista affermato, si mette alla prova e si confronta con una nuova tendenza artistica presente in Europa e negli Stati Uniti: l’Informale. Nella sua pennellata la materia pittorica pastosa prende il sopravvento sulla forma e sul colore, dominando la composizione senza mostrare la rabbia e l’angoscia come per gli altri pittori a lui contemporanei. I temi più aspri, come i fiori secchi o la vegetazione selvatica, pur senza dimenticare i paesaggi sanremesi o le marine di Positano, risultano armonici e vibranti.

Verso la fine degli anni Sessanta le campiture di colore si fanno più distese e gli oggetti riprendono forma grazie all’utilizzo di contorni netti e ai contrasti cromatici delle superfici piane. I contorni si schematizzano, quasi in aspetto geometrico neo-cubista in bilico tra Braque e Gris e la sua ricerca si reinventa utilizzando nuovi materiali e nuove tecniche. In particolare, nel periodo che va dal 1965 al 1975 Fico torna al tema caro della natura morta e della rappresentazione degli interni. In questo frangente gli oggetti del quotidiano come la brocca e i fiori secchi assumono un carattere enigmatico, grazie anche all’utilizzo di tonalità violente, che evocano un senso di attesa. Come si evince nelle composizioni dei primi anni Settanta, Fico non desidera entrare in competizione con i maestri del passato ma vuole giungere, in egual modo, a nuovi risultati in bilico sempre tra realtà e astrazione.
La sua importante produzione coloristica, in particolar modo quella degli anni Ottanta e Novanta, è composta prevalentemente da quelle tematiche che diventeranno ancora una volta simboli emblematici del suo successo: il glicine, il giardino, gli alberi, ma anche gli oggetti, lo studio, le modelle e l’amatissimo cane Moretto.
Le opere degli ultimi giorni di vita testimoniano ancora una volta la tenace ricerca e l’insoddisfatta voglia di sperimentazione in cui un grande afflato di libertà compositiva afferma il suo grande amore per la pittura in generale e per il colore in particolare.