Project Description

John Torreano

a cura di Andrea Busto

da venerdì 6 novembre a domenica 20 dicembre 2020

catalogo: MEF / Iemme Edizioni, Napoli
mostra realizzata in collaborazione con:
Galleria Thomas Brambilla, Bergamo

 

Nato nel 1941 nel Michigan, vive e lavora a New York.

Il Museo Ettore Fico è lieto di presentare la prima mostra antologica dell’artista americano John
Torreano.

Il percorso artistico di John Torreano inizia in modo significativo tra la fine degli anni Cinquanta e
l’inizio dei Sessanta in un clima post-bellico e in un fermento culturale occidentale che genera e
elabora importanti istanze sociali ed economiche. L’inarrestabile crescita del prodotto interno lordo
americano di quegli anni, la Guerra Fredda e quella del Vietnam, la nascita del consumismo ma anche
del benessere, la rivoluzione nera di Martin Luther King e quella di Kennedy, sono gli scenari in cui
l’artista vive ed da vita alla sua poetica personale. Fin da subito il suo interesse è indiscutibilmente
rivolto alla pittura come mezzo tradizionale e utilizzato però secondo estetiche e tecniche
contemporanee. La sua chiave espressiva si muove in modo molto libero e si avvale di forme e
formalismi in voga in quel tempo. Sono evidenti fin dagli esordi i suoi interessi preponderanti: lo
spazio, la campitura e le stesure coloristiche, i soggetti senza ombra come sospesi e ritagliati nel
vuoto, la ricerca sulla tridimensionalità mutuata sia dall’optical che dal pop. Inoltre, il quadro come
oggetto/forma tridimensionale, è alla base di un approfondimento stilistico che sarà per lui motivo di
indagine fino a oggi.
John Torreano arrivò a New York alla fine degli Anni Sessanta, in un periodo di esplosiva creatività
dove nuove generazioni di artisti iniziavano a proporre approcci sperimentali tanto alla forma quanto al
contenuto. La loro enfasi su materiali nuovi, immaginando applicazioni tradizionali, e il loro veemente
rigetto dell’astrazione gestuale che li ha preceduti costituì le fondamenta del Minimalismo, una
metodologia che enfatizzava la geometria, le forme ridotte, e la materialità. Una figura chiave in questa
generazione di artisti fu Richard Artschwager, e fu proprio un incontro fortuito con lui nel 1967 che
ispirò Torreano a recarsi a New York City. “All’epoca insegnavo all’Università del Sud Dakota, a
Vermillion, e Richard fu invitato in qualità di artista ospite. Non avevo mai visto i suoi lavori prima, e
immediatamente vi sentì una connessione. Amavo l’idea che un quadro potesse essere anche una
scultura ed un disegno allo stesso tempo. A quel tempo, tutti coloro insieme a cui insegnavo sarebbero
andati sulla West Coast o la East Coast. Io pensai che, se Richard era a New York, allora era lì che io
volevo essere”. Atterrato a New York nel 1968, Torreano fece amicizia con un circolo di artisti che
condividevano il suo entusiasmo e la sua ambizione. La sua prima casa fu un loft al numero 81 di
Greene Street a Soho, allora centro del mondo artistico di New York grazie alla facile disponibilità di
grandi spazi sgombri (anche se spesso privi di tubature e con riscaldamenti rudimentali). “Gli artisti
che conoscevo al tempo – Ron Gorchov, Bob Grosvenor, David Reed, Bill Jensen, Lynda Benglis, e
Jennifer Bartlett – stavano lavorando su svariati concetti riguardo che cosa potesse essere l’Arte.

Questo era ciò che rendeva così eccitante lo stare lì. Eravamo proprio all’inizio della frattura del
concetto di stile e del rigetto dell’idea che si doveva appartenere ad una delle religioni primarie:
Figurativo, Espressionismo Post-Astratto, Pop, Minimalismo, Campo Colore, e Concettualismo.
Eravamo tutti parte di un eclettismo emergente che continua a fratturarsi anche oggi”. I suoi coinquilini
erano il concettualista Steve Kaltenbach e il pittore murale architettonico Richard Haas. Alcuni dei suoi
vicini erano amici dai tempi dell’Università, alla Ohio State University. Uno di loro, Ron Clark, invitò
Torreano a presentare una mostra personale al Whitney Independent Study Program, recentemente
costituito e allora posizionato in un edificio industriale in Cherry Street, nel Lower East Side.

Nel 1972, Trudie Grace, direttrice artistica, e Irving Sandler, critico, fondarono l’iniziativa di mostre
alternative chiamata Artists Space. Collocata al numero 155 di Wooster Street a SoHo, si impose
velocemente come un luogo devoto al lavoro di artisti emergenti. Una recensione della Mostra tenuta
nel 1979 alla Galleria, scritta da John Russell per il The New York Times, sottolinea la significatività
della location per il lancio di artisti variegati come Laurie Anderson, Scott Burton, Judy Pfaff, e
Torreano. Tutti loro parteciparono sin dal primo momento, e tutti loro divennero prominenti nel mondo
dell’arte di New York e non solo. Un aspetto che definiva l’Artists Space era che le Mostre erano
organizzate da Artisti che sceglievano i lavori di altri Artisti, incoraggiando così un sistema di peer
mentoring in un tempo in cui le opportunità nelle gallerie commerciali o nei musei tradizionali erano
ancora relativamente poche. Nel 1974, Chuck Close seleziona Torreano per la sua prima mostra
personale a New York.

I quadri che Torreano esibì all’Artists Space – tutti i prodotti nel 1973 e comprendenti ad esempio Red
Bulge, Red Star, and Outer Space — enfatizzarono il suo focus sul definire e dare forma ad immagini
dallo spazio interstellare, rinforzando il paradosso tra la materialità e l’illusione. Le tele erano
incrostate con impasti pesanti di pittura a olio e gemme decorative di plastica e vetro vendute
commercialmente, delle “stelle” sparse, diversamente dalle opere precedenti in cui i punti erano,
invece, dipinti. L’illusione di spazi vasti e vuoti era smentita dal contenimento del lavoro dentro cornici
caratterizzanti e dipinte, fatte con tasselli arrotondati. La pesantezza delle cornici ispirò un’altra
innovazione. “I quadri-colonna emersero al tempo in cui stavo creando quadri con enormi cornici
arrotondate, nei primi Anni Settanta. Mi immaginai due cornici arrotondate unite a formare una
colonna semicircolare. Questa nuova invenzione mi diede l’opportunità di avventurarmi più
profondamente nella mia esplorazione riguardo la percezione e la relazione tra l’osservatore e
l’oggetto.” Le colonne di Torreano affermavano uno spazio illusorio, estendendo la sua pittura oltre il
muro, pur rimanendovi legata, e facendo ciò, sconvolsero l’enfasi che la pittura astratta poneva su un
piano piatto ed espanso.
Negli anni Settanta il suo lavoro assume una posizione e una personalità definita: tele con cornici o
tavole di legno sempre con cornici, molto fisiche e molto presenti, spesso, se non sempre, arrotondate
ai bordi e il tutto dipinto da colori monocromi più o meno materici, più o meno stesi fino a ricoprire
tutta la superficie della tela e della cornice.
È una prassi che aveva suggerito Seurat in molte sue opere che, non pago dei limiti pittorici imposti dai
bordi classici della tela, aveva invaso letteralmente anche lo spazio della cornice che era parte e limite
contemporaneamente dell’aldilà e dell’aldiqua del quadro.
L’opera diventa in tutto e per tutto un oggetto tridimensionale, scultoreo, minimalista. Le superfici,
soprattutto nei lavori dei primi anni Settanta, sono fluide e si percepisce il segno del pennello che, in
una prima e sola stesura, lascia le tracce dei peli intrisi di colore. Blu e azzurri e altri colori debordano
dalla tela alla cornice e piccoli punti vengono disseminati su tutta la superficie in un caos eccitato e
vitalistico. Nella seconda metà del decennio, Torreano aumenta la magmaticità del colore, ne preserva
la densità data dal segno della stesura e “rivolta” le cornici dall’interno all’esterno, per farle assumere
una forma estroflessa e morbida, fino a dare all’oggetto l’aspetto di un cuscino su cui si sono posati i
cristalli. D’ora in avanti le pietre preziose, le forme lucide e rilucenti si assommeranno una all’altra
sempre più a formare parte integrante della pittura e a volte a sostituirla. È verso la fine del decennio
tra il 1977 e il 1979 che l’artista sistema le gemme e i puntini in modo da formare degli agglomerati e
delle nebulose. A poco a poco la “polvere di stelle” si accorpa a riformare nuclei rotanti o buchi neri
dell’universo da cui provengono.
Le pietre preziose lasciano il posto a importanti concentrazioni di punti monocromi o multicolori che
illuminano un cosmo buio e silenzioso.

“L’uso delle gemme iniziò simultaneamente al mio crescente interesse nelle stelle e nello spazio
profondo. Nel 1969, stavo facendo quadri punteggiati e avevo bisogno di una risorsa più complessa
rispetto a quanto proveniva dalla mia testa, quindi cominciai a fare fotografie alle stelle. Le fotografie
mi portarono a leggere libri riguardo lo spazio ed i concetti dello spazio. Presto iniziai a fare
connessioni tra lo spazio profondo e lo spazio della pittura .”

Il percorso creativo di Torreano è scandito fin dagli anni Settanta dalla produzione delle Colonne. La
loro realizzazione arriva fino a oggi e ogni periodo e ben riconoscibile proprio dalla tipologia di pittura o
intervento adottato dall’artista per la loro realizzazione.
Alcune sono decisamente minimaliste, appena dipinte e con pochissimi inserti cromatici, altre invece
abbondano di oggetti smaltati, dorati, di gemme e di cristalli, di pittura sovrabbondante o dilavata, da
concrezioni pittoriche quasi aggettanti fino a paste che assomigliano a chewing-gum. Questo light
motive della colonna è frutto dell’evocazione cosmogonica dello spazio. La colonna e gli obelischi
come simboli fallici ancestrali del pene, sono da sempre considerati come oggetti che segnano la
vicinanza dell’uomo al cosmo, la loro verticalità ricongiunge la terra al cielo e di conseguenza l’uomo a
dio. La forma delle colonne di Torreano evoca fortemente anche quella del linga (simbolo fallico
considerato come presenza di Shiva) che rappresenta in termini assoluti il Trascendente, vi è perciò
una sacralità erotica in questi “falli” agghindati a festa in cui è evidente una ritualità fra pagano e
divino.

Lo sguardo dello spettatore viene catturato e ingannato dalle opere a causa della rifrazione dei cristalli.
Gli spostamenti innanzi ai dipinti, dove la percezione fissa dell’immagine è resa impossibile a causa
della questa frammentazione, è parte integrante della volontà dell’artista. In questo modo l’osservatore
diventa parte integrante dell’opera con il movimento del suo corpo, partecipando alla creazione
“multipercettiva” e divenendo strumento ottico/performativo.
I cristalli di plastica specchiante, rifrangendo in modo differente la luce, giocano con la retina dello
spettatore, cambiando la percezione cromatica dell’oggetto. Gli sfavillii delle false gemme, sotto
differenti illuminazioni, mutano la natura stessa dell’oggetto che risulta, proprio in base alle fonti
luminose che lo irradiano, più o meno ricco, più o meno luminoso, più o meno riverberante.

La base pittorica delle differenti “colonne”, su cui si incastrano le gemme, è di per sé un trattato
pittorico su come la materia, distribuita differentemente sulla superficie del legno, a sua volta più o
meno assorbente, possa risultare opaca, lucida, grumosa, liscia, increspata, spatolata, pennellata e
così all’infinito per tutte le innumerevoli possibilità che l’acrilico, l’olio o altri mezzi possono esprimere
attraverso le infinite mescolanze chimiche naturali o artificiali.
Il supporto su cui interviene l’artista può essere scuro o chiaro, leggero o pesante, spesso o sottile,
come se fosse un tessuto realizzato con seta, cotone, lana o altri materiali tessili a cui, sarte e
ricamatrici provette avessero applicato uno strato di gemme multicolori dandoci una fragranza ottica
vitalistica e positiva.
In questi due aggettivi potremmo perciò riassumere la produzione passata e recente di John Torreano
che nel suo percorso creativo è stato – ed è – anche coerente e determinato.

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