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I paradisi ritrovati di Ettore Fico sono boschi incontaminati, paesaggi collinari, vigneti, pergolati e soprattutto giardini fioriti, ricolmi di tonalità variopinte che brulicano vivide e squillanti sulla superficie pittorica. L’assunto fondamentale da cui scaturisce il percorso della mostra è la sintesi di un ideale “manifesto programmatico” dell’artista.

Quest’ultimo, nonostante la naturale e fisiologica maturazione stilistica che accompagna l’evoluzione della poetica individuale, ha infatti dimostrato una sorprendente coerenza di intenti conservando intatto, durante oltre sessant’anni di attività, un proposito fondamentale: quello di trasfigurare la natura attraverso una sorta di “astrazione irrisolta”, sondando cioè la profondità delle cose senza smarrirne la presenza ontologica, fattuale e, restituendone in definitiva, un’immagine filtrata dalla propria capacità di rielaborazione a posteriori.

Attraverso un corpus di opere fondamentali, la mostra intende narrare la storia di un cammino personale, partecipato ed emotivamente intenso.

Il Museo Ettore Fico ospita la mostra I luoghi e le parole di Enrico Berlinguer, ideata, organizzata e realizzata dall’Associazione Enrico Berlinguer, per la conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale della sinistra italiana, Fondazione Duemila, centro studi e ricerca sulla cultura, la formazione, l’innovazione politica e amministrativa, centro studi e ricerche Renato Zangheri.

Enrico Berlinguer è stato uno dei protagonisti della storia politica del Novecento. Segretario del Partito Comunista Italiano dal 1972 al 1984, e prima ancora militante e dirigente del suo partito. Leader di rara caratura morale, radicato nel Paese reale e stimato dai suoi oppositori.

Nella ricorrenza del centenario dalla sua nascita, e a quaranta anni dalla morte, l’obiettivo della mostra è quello di contribuire a ravvivare il lascito politico di Enrico Berlinguer ripercorrendone la biografia attraverso materiali originali audiovisivi, sonori, fotografici e documenti d’archivio.

Il percorso espositivo si articola in cinque principali sezioni tematiche:

  • Gli affetti.
    La sezione è dedicata alla rappresentazione della dimensione più emotiva, privata e familiare della vita di Berlinguer, oltre ai materiali d’archivio la sezione è arricchita da libri, fotografie e oggetti personali appartenenti alla quotidianità del leader messi a disposizione dalla famiglia.
  • Il dirigente.
    La seconda sezione ripercorre la storia del Berlinguer dirigente di partito ricostruendo tutto il suo percorso di militanza comunista dall’iscrizione alla sezione giovanile del Pci di Sassari nel 1943, fino alla sua elezione a Vicesegretario del Pci nel 1969.
  • Nella crisi italiana.
    Eletto Segretario del Pci nel 1972, Enrico Berlinguer guida il Pci nel pieno della crisi italiana, è questa terza sezione che ricostruisce il contesto nel quale opera il leader comunista, ripercorrendo i momenti più cruciali della sua biografia politica fino alla prematura scomparsa nel 1984, sullo sfondo di una profonda crisi della società.
  • La dimensione globale.
    La quarta sezione presenta la dimensione globale della leadership di Berlinguer. Qui vengono presentati gli aspetti più salienti della sua azione politica in relazione alla dimensione internazionale: le riflessioni sui fatti del Cile, la ridefinizione del rapporto con l’Unione Sovietica, l’eurocomunismo, i movimenti di liberazione del Vietnam, la ricucitura dei rapporti con la Repubblica Popolare Cinese, per citarne solo alcuni.
  • Attualità e futuro.
    L’ultima sezione si interroga sul lascito politico di Berlinguer quale figura centrale del pantheon repubblicano, apprezzata e riconosciuta oltre i confini del proprio mondo e capace di richiamare l’attenzione su nodi e problemi globali divenuti sempre più pressanti negli ultimi decenni.

Enrico Berlinguer è stato molto più di un leader politico: è stato una figura centrale della storia italiana, capace di parlare al Paese con rigore, visione e senso etico. La mostra ripercorre la sua vita, il suo pensiero e il suo ruolo nella società italiana attraverso documenti, immagini e materiali d’archivio, offrendo uno sguardo approfondito su un protagonista del Novecento.

Il Museo presenta una mostra antologica di Ettore Fico dedicata prevalentemente alle opere di grande e medio formato incentrata su quelle degli anni Settanta.

La mostra è un omaggio all’artista e al suo vivace percorso artistico ed esistenziale: gli anni Cinquanta e Sessanta in Italia, la natura, la campagna di Castiglione Torinese, rifugio tanto amato e protagonista in molte delle sue opere.

La mostra propone gli aspetti più inediti e di ricerca del percorso artistico di Ettore Fico, dalle esperienze astratte a quelle più geometriche, dalle impressioni delineate dai sottili tocchi di colore puro alle pennellate materiche e informali.

La Collezione del Museo Ettore Fico consta di oltre 300 opere di artisti giovani e storici.

A rotazione vengono esposte quelle che ben si inseriscono nella programmazione delle mostre del museo. In questa occasione abbiamo voluto proporre i giovanissimi autori che proseguono con la loro ricerca quella dello storico Serralunga e del moderno Fico. La pittura è ritornata prepotentemente alla ribalta negli ultimi anni come ricerca di avanguardia e di riproposta di un sentimento intimo e personale da parte di artisti che non hanno abbracciato il filone più politico e sociale.

Le opere in mostra hanno molte caratteristiche in comune fra cui il grande formato, la proposizione di scene in cui mondi sognati e reali si interfacciano e dialogano fra loro. Mondi intimi e personali, al limite di una realtà inconfessata e pudica, erotica e sensuale, popolano con storie e personaggi immaginari le tele dai colori sempre decisi e tonali e sono state tutte realizzate negli ultimi dieci anni testimoniando un nuovo e rinnovato vigore della pittura oggi.

Le opere in mostra:

Guglielmo Castelli

  • The Disobedience, 2019
  • tecnica mista su carta
  • 100 x 70 cm ciascuno

«L’approdo a un linguaggio personale è dato sicuramente da un percorso – ha dichiarato l’artista durante un’intervista – che parte da contaminazioni varie. Nel mio caso, avendo toccato vari mondi, dalla scenografia a quello della moda e illustrazione per l’infanzia, ho sempre sperato e tentato di inserire tutti questi aspetti all’interno della mia pratica.
L’esperienza porta poi a trovare una sintesi involontaria ma gestibile di questi elementi, e quindi ad avere un linguaggio più o meno maturo. Per quanto mi riguarda, la mia pittura è cambiata drasticamente negli ultimi anni: prima era ancora molto acerba, aveva ancora degli scostamenti e una necessità ancora legata a un’idea di figurazione fine a se stessa. Oggi posso dire che arrivo a essere un pittore figurativo partendo in realtà da un percorso di astrazione: solo discostandomi dalla tela, leggendola da una certa distanza ho capito inaspettatamente che quella figurazione era in realtà il risultato di un processo astratto, di una sorta di mappatura e unione di livelli cromatici, materia, rimozioni e trasparenze. […] Non so se tra un po’ di anni approderà a un’idea ancora più astratta».

Nebojša Despotović

  • Kaka de Luxe (Party in a village), 2019
  • acrilico e olio su tela
  • 173 x 152 cm

Dipingere è una pratica, una ginnastica e un esercizio fisico, che si compie di fronte al vuoto della tela vergine su cui affiorano, a poco a poco, le immagini create dal colore e dalla composizione. Nebojša Despotović appartiene alla generazione attuale che, senza problemi, accomuna e assomma i grandi capolavori della storia dell’arte ad anonime immagini di Instagram. La tecnica della citazione non è presente nel suo lavoro, quella dell’appropriazione sì. Nel suo operare è intrinseca l’idea di impossessarsi di altre immagini che provengono da mondi e sistemi estremamente differenti. Innanzitutto è un artista informato. Tutta la possibile storia dell’arte appare nella sua opera in forma stratificata anche se non evidente, per intenderci, non è un citazionista, è un continuatore della “tradizione” in cui si collocano Picasso, Goya, Velázquez, Picabia, Munch, Tintoretto, Chagall, Bacon, Morandi, El Greco, Tuymans e tutti quegli artisti che, al di là della forma, lavorano anche sulla superficie pittorica in modo gestuale e materico, onirico e trasognato. Una pennellata che diventa un labbro o una foglia, percepibile come un segno, non solo come immagine, ma anche come gesto, è alla base della comprensione del lavoro.

Edi Dubien

  • Disegni, 2024
  • matita, acquarello e pastelli su carta
  • 30 x 20 cm ciascuno

Edi Dubien parla nel suo lavoro della propria esistenza, ma anche del mondo, dei disastri, degli insuccessi e delle infinite possibilità dell’essere. L’artista scrive: «Tutte le opere sono collegate, dai disegni alle carte da parati, dalle tele alle sculture. Tutto riguarda il caos, l’infanzia, il genere, la natura, la resilienza e l’amore. Uso la mia storia come uno spazio di libertà. Parlo d’insieme, sono legato alla natura dalla storia della mia infanzia che ritrovo attraverso essa. Parlo di un animale così come di me stesso, parlo di una pianta così come di me stesso, parlo di nascita e di sconvolgimento. Parlo di un’esistenza da tutelare: dei bambini ma anche della natura, degli animali, di una parte di noi».

Alice Faloretti

  • Paesaggio liminare, 2019
  • olio su tela
  • 140×160 cm

Alice Faloretti appartiene all’ultima generazione italiana e internazionale che ha ripreso il mezzo pittorico tradizionale come elemento principale della propria ricerca espressiva. Il mondo che ritrae è introspettivo e romantico, in cui elementi naturalistici vengono riproposti attraverso una rilettura neo-romantica e visionaria. Perlopiù boschi e zone lacustri sono i soggetti ritratti e l’assenza umana è un chiaro sintomo di post-umanità o pre-umanità. L’opera qui esposta appartiene alla primissima produzione dell’artista che ha studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia con il docente Carlo Di Raco, insegnante anche di Nebojsa Despotovic.

Alessandro Scarabello

  • Muse in a Landscape, 2021
  • olio su tela
  • 171 x 124 cm

Alessandro Scarabello instilla nello spettatore un senso antitetico di spaesamento e di coinvolgimento, il suo fare pittura è al tempo stesso dentro e fuori l’opera, la sua implicazione è contemporaneamente costruita e inconscia e, per chi osserva la scena – perché di scena si tratta – appare come una performance in cui potremmo anche cadere, precipitare e partecipare, non solo come spettatori, ma anche come attori. La sua pittura è altamente canonica e per questo ingannevole; il tranello, in cui non si deve cadere, è quello della riconoscibilità, del credere nella veridicità della rappresentazione che, tra l’altro, attualmente si dirige sempre più verso un’astrazione gestuale e a forme disgregate. Il passato, la modernità e la contemporaneità, convivono nella sua opera in modo adeguato ai nostri tempi, scevri da pregiudizi e, al contempo, altamente radicalizzati, disinformati e super-connessi, conformi e liberi, in cui la cultura alta e bassa coesistono e l’artista assume un ruolo di “evidenziatore” e tutta la sua opera indica pregi e difetti della nostra esistenza e del nostro essere persone/personaggi coinvolti e partecipi della rappresentazione orgiastica/ascetica dell’esistere.

Alice Visentin

  • Tago mago dei can, 2019
  • tecnica mista su tela
  • 165 x 130 cm

«Il contesto della mia terra è centrale nel mio lavoro. Spesso viene sorvolato – ci comunica l’artista in un’intervista –, se non trascurato completamente ma ci sono storie che ancora devono essere raccontate. I canti di dolore affidati al vento dalle donne in montagna, l’emancipazione tramite l’associazione spontanea e le storie narrate come forma di esorcizzazione alle paure della vita. Uno dei temi principali che sto esplorando in questo momento è la coesistenza delle piante e dei fiori nei boschi che mi aiutano a capire come poter tornare a vivere una vita comunitaria felice dopo il virus». E poi aggiunge «Sono profondamente influenzata dal realismo magico, quindi alcuni dei miei autori classici preferiti sono sicuramente Borges e Ernesto de Martino. La rivista di realismo magico creata da Jacques Bergier e Louis Pauwels del 1964, Planète, è per me fonte infinita di ispirazione».

Emanuele Becheri (Prato nel 1973) si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Firenze nel 1995. Il Museo del Novecento di Firenze gli ha dedicato una mostra personale nel 2020 “Sculture e disegni” curata dai critici Sergio Risaliti e Saretto Cincinelli.

Il percorso creativo di Emanuele Becheri si è sviluppato attraverso diversi media espressivi dalla musica alla fotografia, dal video alla scultura per arrivare recentemente a sperimentazioni con terrecotte la cui superficie e spesso dipinta e “impolverata” da pigmenti terrosi, opachi e sordi. Nel disegno l’artista si autoritrae spesso e c’è un’allusione alla figura umana che troviamo in tutte le sue opere, una citazione di sé e del profondo della sua anima e del suo corpo. Non appare indispensabile un confronto con gli artisti del passato per comprendere la sua poetica – anche solo per trovare radici della sua arte o indicazioni per la lettura delle sue opere – che resta sospesa in un liquido amniotico ancestrale e atemporale in cui archeologia e fantasy, barocco e minimalismo, trovano connessioni impensabili.

I paesaggi e i ritratti, composti da segni spezzati, si stendono su brani di carta slabbrati e sghembi, strappati da carnet o recisi senza attenzione per sottolinearne la fragilità e l’introspezione personale e dolente.
Le sculture, soprattutto cavalli e figure in coppia, si “sformano” nello spazio in posizioni tra l’arcaico e il barocco ponendo lo spettatore nella posizione scomoda del doversi interrogare sul concetto di abbozzo, non finito e concluso.
Emanuele Becheri sovverte gli schemi classici della scultura appropriandosi di tutti gli strumenti e materiali consoni per la sua realizzazione e identificazione, però capovolgendo questi schemi a suo uso personale.

Trattandosi prevalentemente di forme tridimensionali, sempre identificabili con la forma umana o animale, l’artista ci pone nella condizione disagevole di identificare sempre il soggetto raffigurato ma di proporcelo come una forma o una massa in cui la materia sovrasta e sovverte la sua identità. In bilico fra riconoscibile e irriconoscibile la sua opera resta sul crinale dell’informale e del figurativo dove, in uno scontro forsennato, la creta cerca di sovrastare la forma e la forma cerca di domare la materia. Tutto nell’artista, che è al contempo musicista e performer, resta nella dinamica del duello fra espresso e sottinteso e la tensione che si percepisce è in bilico fra vita del soggetto e morte dell’idea della scultura classica.

Rosanna Rossi (Cagliari 1937), compiuti gli studi presso L’istituto d’Arte Zileri di Roma, rientra nell’isola nel 1958. Dopo le prime esperienze all’interno delle attività di Studio 58, caratterizzate da una figurazione espressiva, alterata da suggestioni materiche, la sua ricerca si orienta nel decennio successivo verso un’astrazione che fa interagire reminiscenze naturalistiche nell’uso del colore con le connotazioni segniche di matrice informale.
Gli sviluppi successivi, pur con periodici sconfinamenti nell’ambito del ready-made, mantengono questa ambivalenza progettuale, oscillando costantemente tra un ordine costruttivo di ascendenza concreta e soluzioni materico-espressive dell’astrazione neo-informale. Docente al liceo artistico dal 1968 al 1983, ha insegnato in vari corsi di specializzazione e dal 1984 al 1990 all’Istituto Europeo di Design. Dal 1970 inizia a occuparsi di installazioni permanenti in spazi pubblici. Il suo lavoro continua a scandagliare i linguaggi tradizionali ma all’interno di una figurazione inusitata. In parallelo al proprio linguaggio pittorico identifica nuove possibilità espressive ottenute con materiali poveri, trovati, diversamente utilizzati, scavalca la tradizione precedentemente espressa.

Ciò che più colpisce in Rosanna Rossi è la capacità caparbia e il piglio deciso e determinato con cui, da donna e artista, ha affrontato tutto un lungo percorso di scelte esistenziali ed estetiche, un viaggio ricolmo di serenità e di tranquillità di chi ha la consapevolezza di operare con sincera devozione nel campo dell’arte contemporanea, un percorso costellato di opere che si susseguono e si fortificano l’una con l’altra nella loro coerenza evolutiva. Da uomo provo un grande rispetto per la sua capacità di donna isolana di reclamare un posto nella storia dell’arte italiana che le spetta di diritto. Non è un luogo comune quello in cui le donne hanno più faticato e più sofferto per essere riconosciute allo stesso livello degli uomini, talvolta meno interessanti ma più apprezzati e inclusi nel sistema artistico solo perché il genere era una condizione dominate e determinate. Altre, prima di Rosanna Rossi come Carol Rama e Maria Lai, hanno affrontato con lo stesso coraggio il percorso impervio della ricerca sincera e della devozione totale al lavoro facendolo diventare una scelta di vita che va oltre la semplice occupazione. Certamente, essere lontana fisicamente dai crocevia artistici e intellettuali internazionali e non essere presente costantemente nei gangli della vita culturale del nostro Paese, non le ha facilitato il compito di essere apprezzata immediatamente e universalmente, la sua presenza con mostre personali pubbliche e private è stata sporadica ma costruita su un lavoro quotidiano e costante che ne è oggi la testimonianza tangibile e diretta di tutto il suo impegno. La sua opera, sempre in sintonia con i tempi, le ha permesso di non essere al margine del pensiero europeo ma vivere in modo contestuale le istanze artistiche e culturali degli oltre cinquant’anni di produzione che ha percorso facendone la compagna di altri importanti e riconosciuti artisti e critici, da Studio 58 a Gillo Dorfles, che le hanno tributato in più occasioni parole e commenti di grande apprezzamento. Mi sento particolarmente onorato e felice di poter contribuire aggiungendo un tassello al suo percorso espositivo e divulgando questo importante corpus di opere costruito e realizzato con un’etica coerente e nella deontologia più
assoluta.

Gérard Rondeau (Châlons-sur-Marne 10 aprile 1953 – 13 settembre 2016) nasce in una famiglia di insegnati, studia a Reims e poi, dal 1974 al 1976, dirige l’Alliance Française a Kandy (Sri Lanka).
La scoperta del libro Sull’URSS di Henri Cartier-Bresson nella biblioteca dell’Alliance sarà una rivelazione e, tornato nella Champagne, si dedica in modo continuativo alla fotografia per diventare poi un collaboratore fisso per oltre vent’anni di «Le Monde».

Per questa testata ha realizzando una vastissima collezione di ritratti di pittori e scrittori contemporanei con cui si lega di indissolubili amicizie. Fotografa il pittore Paul Rebeyrolle in azione e viaggia con lo scrittore Yves Gibeau sui campi di battaglia della prima guerra
mondiale. Con lo scrittore Bernard Frank fa il punto sulle strade della sua vita e risale la Marna con Jean-Paul Kauffmann.
Viaggiatore instancabile, Gérard Rondeau attraversa il mondo ma resta profondamente legato alla sua regione natale, la Champagne, dove ha scelto di vivere, osservando con uno sguardo nuovo i paesaggi e le persone che la caratterizzano. Riscopre i tesori nascosti
della cattedrale di Reims, per vent’anni esplora il dietro le quinte dei musei, racconta la vita a Sarajevo durante l’assedio, realizza un ritratto del Marocco contemporaneo in un dialogo fuori dal tempo con i dipinti e i disegni di Delacroix e descrive il lato nascosto del
Tour de France. Per quindici anni ha accompagnato le missioni dei Medici del Mondo.

Dalle Gallerie Nazionali del Grand Palais di Parigi alla Galleria Nazionale di Jakarta, dalla Maison Européenne de la Photographie di Parigi al Festival de la Luz di Buenos Aires, dal Musée de l’Elysée di Losanna al Martin-Gropius-Bau di Berlino, Gérard Rondeau ha
presentato numerose mostre personali. A Istanbul, New York, Sarajevo, Roma, inventa serie particolari per esporre in modo creatvo e innovativo le sue opere.

Gérard Rondeau viaggia in un mondo in bianco e nero, percorre infiniti sentieri, cerca la traccia di passi dimenticati, gioca con le parole, le ombre e i silenzi, assembla storie e ricostruisce mondi sofferenti.
Il Museo Ettore Fico è particolarmente orgoglioso di dedicare una mostra antologica e personale a questo grande artista della fotografia internazionale.

Il Museo Ettore Fico ospita la collezione della Fondazione Bevilacqua La Masa con un progetto espositivo che raccoglie le opere degli artisti che hanno partecipato alle residenze della Fondazione e che sono state acquisite tramite i fondi ministeriali del bando PAC 2022-23 finanziamento finalizzato all’incremento del patrimonio pubblico di arte contemporanea) e attraverso il bando Cantica 2021 (Italian Contemporary Art Everywhere del Mibact) volto a promuovere l’arte sostenendone la produzione.
La mostra S- – ->XL – Gli artisti della collezione della Fondazione Bevilacqua La Masa è in sintonia con le opere degli artisti contemporanei in collezione permanente al MEF che è stata realizzata attraverso le acquisizioni dei premi assegnati durante Artissima e durante le mostre personali realizzate in museo. Questa scelta si identifica per l’attenzione rivolta ai giovani artisti e talenti emergenti che si distinguono per l’innovatività del loro lavoro.

Anche la FBLM sostiene la ricerca artistica continuando a seguire gli artisti nel loro percorso, anche dopo il periodo di formazione negli Atelier, supportandoli nella loro crescita, nei loro progetti, nella produzione e diffusione dei loro lavori. Acquisendo e producendo le opere degli artisti, da una parte l’Istituzione arricchisce la propria collezione interna, dall’altra traccia un percorso nella ricerca artistica attuale e si pone come sguardo originale per rileggere il presente, stimolando lo sviluppo dell’arte e il dialogo tra autori contemporanei.

Artisti in mostra:

  • Giorgio Andreotta Calò
  • Paola Angelini
  • Ruth Beraha
  • Pamela Breda
  • Jingge Dong
  • Valentina Furian
  • Lorem
  • Rachele Maistrello
  • Diego Marcon
  • Elena Mazzi
  • Ryts Monet
  • Giacomo Segantin
  • Alberto Tadiello

Ogni pensiero grande vive in un pensiero piccolo e viceversa – scrive Stefano Coletto curatore della mostra – e ogni artista è rappresentato attraverso due opere complementari: una acquisita da Fondazione BLM e un’altra in qualche modo connessa alla precedente, o derivata da questa o, al contrario, seme di gestazione per la prima. Evidenziando così come la creazione artistica si sviluppi seguendo una trama complessa, che connette pensieri, materiali e dispositivi differenti. L’esposizione cerca dunque di alludere a una sorta di mappa evolutiva del percorso creativo di ognuno, accennando trasformazioni, sviluppi e genesi delle diverse ricerche estetiche. Si assume dunque un punto di vista allargato, dove i lavori dei singoli artisti si intersecano in un sistema di relazioni interne, espandendosi in una prospettiva e disegno più ampi, definendone stile personale e visione.

Marie-Claire Mitout ha soggiornato per oltre un mese in Piemonte dove ha realizzato le sue opere più recenti. In mostra sono esposte carte che ritraggono l’Abbazia di Vezzolano e la Sacra di San Michele, il Duomo di Asti e i giardini antistanti le Porte Palatine, il Museo Egizio e le colline del Monferrato e molti altri ancora. Al visitatore il piacere di scoprire la totalità delle opere e dei luoghi italiani e piemontesi ritratti durante questo personale, privato e romantico Viaggio in Italia.

Le dimensioni delle tempere di M-C Mitout possono trarre in inganno le persone che hanno intercettato la sua opera pittorica esclusivamente attraverso la riproduzione in cataloghi, riviste o internet. La grandiosità e la profondità dei paesaggi o degli interni, popolati di figure o disabitati, appaiono come imponenti affreschi in cui lo sguardo si perde, non soltanto per l’abissale prospettiva, ma anche per i dettagli che si dissolvono nello spazio naturale o descrivono minuziosamente le volumetrie architettoniche dei luoghi chiusi. I colori, in alcune vedute, si stemperano in un caleidoscopico arcobaleno dove tutte le possibilità delle sfumature dell’iride vengono attivate per trarre in inganno la retina su cui si fissano.

La naturalezza delle chiome degli alberi, le colline che degradano verso un punto lontano dissolvendosi nell’atmosfera, le costiere marine di tutte le latitudini, i particolari dei soggetti principali che, per la loro precisione, spostano l’orizzonte verso il cosmo infinito in un liquefarsi languido e nostalgico, cooperano nell’inganno che l’artista è determinata a perpetrare nei confronti dello spettatore, facendo sciogliere lo sguardo in misteriose dimensioni che, da un’opera all’altra, non vengono disvelate e ci pongono nella condizione di interrogarci sulla loro reale estensione. Questi luoghi immanenti e incommensurabili sono realizzati su carte che equivalgono al formato del frammento pittorico, sono perciò piccoli quadri o grandi miniature? La loro intensità e forza sono misurabili in centimetri quadrati? La grandezza, la potenza e l’importanza di un’opera è data dal suo perimetro?

Un po’ come nelle trentasei opere conosciute di Vermeer – il cui formato trascende ogni possibilità di raffronto qualitativo con quadri come la Ronda di notte di Rembrandt dove i personaggi vengono rappresentati nella dimensione pressoché reale – le opere della nostra artista – simili e interscambiabili, ma non sostituibili nel racconto processuale di una vita scandita da giorni, ore e minuti – si assommano l’una all’altra, in un unico formato definito dal classico e internazionale formato Uni, delineando un regesto incalcolabile come i pioli della scala di Gioacchino su cui ascendono gli angeli al cielo per mettere in comunicazione il divino con il terreno.
La misura di queste carte, sempre la stessa (21×29,7) si contestualizza immediatamente nell’ambito della serialità e della reiterazione peculiare agli scrittori minimalisti.
Ritengo importante insistere sulla dimensione del formato perché è la regolarità che rende conseguente la lettura delle pagine (l’una di seguito all’altra) di un libro (diario?), così le opere, pur essendo mescolate cronologicamente, si possono leggere linearmente perché prodotte con lo spirito dell’atemporalità dei racconti riuniti in un’antologia. La scelta minimalista di questa regola, ricompatta le differenti atmosfere estetiche e rappresentate nelle singole opere, “rilegandole” idealmente in un unico quaderno, come pagine di un “diario minimo”, talvolta aneddotico, che ripropone la sequenza delle pagine di un “journal” o quelle di un romanzo a puntate dalla trama avvincente e misteriosa.

La mostra Ettore Fico. Dialoghi contemporanei, dopo la tappa veneziana alla Fondazione Bevilacqua La Masa e quella al MACC di Calasetta, conclude il suo iter al Museo Ettore Fico per chiudere i festeggiamenti dei dieci anni dell’apertura del MEF a Torino.

Ettore Fico (1917-2004) ha attraversato un secolo di storia e con la sua arte ha toccato tangenzialmente il gusto e le correnti del secolo scorso, arrivando fino agli anni Duemila con una pittura fresca, vibrante e attuale. La sua poetica intimista, personale e autoriflessiva, costruita sulla quotidianità e sulla semplicità, conferma gli stili e le estetiche dei grandi maestri del Novecento da De Pisis a Morandi, da Braque a Scipione di cui fu contemporaneo. Ma la sua visione va oltre, essendo libera e scevra dall’appartenenza a movimenti e a gruppi.
La sua solitudine gli permise di “scivolare” tra le diverse correnti senza farsi fermare e intrappolare. Oggi, artisti come Gerard Richter o Rudolf Stingel, possono passare dall’astrazione alla figurazione e viceversa, senza essere tacciati di incomprensibilità, di assenza di stile o, peggio, di vacuità.

La ricerca di Fico è anticipatrice e simile, per libertà e indipendenza, a molti giovani contemporanei che sperimentano e indagano le tecniche senza l’ansia di appartenenza come fu invece per molti movimenti del Novecento dal Futurismo al Surrealismo, dal Minimalismo all’Arte Povera fino alla Transavanguardia.
Ettore Fico ha prodotto opere fin dalla sua primissima giovinezza e non ha mai smesso di interrogarsi su come fare pittura e su come essere contemporaneo al suo tempo. Non deve ingannare quindi la sua libertà di percorrere strade diverse, senza negarsi il piacere della sperimentazione e senza definire il proprio ambito concedendosi la possibilità di essere, nel ristrettissimo “terreno” pittorico, un artista dai vastissimi orizzonti. Certo non è stato un militante, un concettuale “engagé”, un rivoluzionario da “rissa in galleria”, egli si è limitato, come Licini, Klee o Veronesi, a fare instancabilmente il ricercatore autentico e moralmente onesto per tutta la sua lunga vita.

La mostra si suddivide in cinque sezioni (Periferie – Natura silente e Vanitas – Corpi – Luoghi e paesaggi – Astrazione) che affrontano la tematica esistenziale del «Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?» riportando nel giusto contesto la figura di Ettore Fico e ponendolo in dialogo con giovani artisti che esprimono, attraverso le loro opere, sensibilità simili e parallele. Il confronto che ne scaturisce afferma che l’arte è sempre attuale pur affrontando tematiche millenarie.