Archivi

Con un centinaio di opere tra disegni, dipinti, fotografie, fotomontaggi e collage, corredati da documenti d’epoca provenienti dall’archivio dedicato all’artista, viene presentato in Italia, per la prima volta in modo sistematico, il lavoro pittorico di Florence Henri in parallelo con le opere fotografiche.

Si offre in questo modo al visitatore la possibilità di analizzare le interazioni tra le diverse forme di espressione e la comprensione del suo percorso artistico nella sua ricchezza e complessità.

Nata nel 1893 a New York, Florence Henri ha attraversato il Novecento obbedendo sempre e solo al suo incondizionato spirito creativo. Coerente solo a se stessa, tra astrazione e figurazione, tra fotografia sperimentale e collage, tra lavoro in studio e in esterni, il suo percorso artistico si snoda superando le apparenti contraddizioni e mantenendo costante un alto livello qualitativo. Artista nel profondo, la Henri si appropria con maestria e lucidità di tecniche e modalità espressive che soddisfino di volta in volta la sua esigenza di produrre rappresentazioni capaci di andare oltre l’evidenza.

La figura di Florence Henri, il cui ruolo di protagonista di primo piano era riconosciuto sulla scena artistica internazionale a lei contemporanea, si offre con questa ampia e inedita esposizione per l’Italia come paradigma di modernità, affermazione di una soggettività ricchissima e incapace di compromessi, immune dalle convenzioni sociali del tempo.

Da Londra a Roma, da Parigi a Berlino, dal Bauhaus alle coste del Mediterraneo l’artista ha spinto la sua ricerca in totale libertà sulle proprie forze e capacità, passando liberamente da un medium all’altro con coerenza e felicità espressiva.

Il lavoro di Truly Design declina in chiave contemporanea un fenomeno ottico, l’anamorfosi, sperimentato sin dal XV secolo da artisti del calibro di Leonardo da Vinci e Hans Holbein.

La mostra Truth depends on where you see it from documenta i risvolti più recenti dell’indagine estetica e poetica del collettivo, oggi focalizzata sull’astrazione geometrica messa in relazione con l’architettura e lo spazio urbano.

Partendo dalle riflessioni rinascimentali sulla sezione aurea di Fra’ Luca Pacioli nel De Divina Proportione, con un particolare sguardo verso l’opera di Leonardo da Vinci, il collettivo pone in dialogo l’esito di queste antiche ricerche con lo spazio architettonico del MEF, in sintonia cromatica e compositiva con i lavori astratti di Florence Henri, oltre a László Moholy Nagy, El Lissitzky e Josef Albers.

L’astrazione anamorfica proposta si sposa con l’architettura del MEF, sia per la condivisione di un linguaggio visivo comune, fatto di forme geometriche minimali, sia per il destino che accomuna il collettivo allo spazio museale.

Il MEF nato dalla riqualificazione di un ex complesso industriale, oggi investito di un importante ruolo culturale, è speculare al percorso del collettivo Truly Design, che colloca i suoi primi graffiti alla fine degli anni ’90, proprio sulle mura dei ruderi dell’architettura industriale torinese e si affaccia adesso sullo scenario dell’arte contemporanea.

Il museo sempre attento a porre in relazione autori moderni e contemporanei nel tentativo di instaurare un dialogo tra sensibilità, figlie di tempi diversi, anche in questo caso metterà a confronto linguaggi classici propri dell’arte moderna all’estetica matematica e cromaticamente composta di Truly Design. Attivo da oltre vent’anni nel campo della street art, il gruppo di urban artists realizza per il MEF tre anamorfosi site-specific negli spazi del Museo ed espone nella caffetteria/bistrot B+ARS i rispettivi bozzetti grafici originali e il video in time-lapse del work-in-progress.

I paradisi ritrovati di Ettore Fico sono boschi incontaminati, paesaggi collinari, vigneti, pergolati e soprattutto giardini fioriti, ricolmi di tonalità variopinte che brulicano vivide e squillanti sulla superficie pittorica. L’assunto fondamentale da cui scaturisce il percorso della mostra è la sintesi di un ideale “manifesto programmatico” dell’artista.

Quest’ultimo, nonostante la naturale e fisiologica maturazione stilistica che accompagna l’evoluzione della poetica individuale, ha infatti dimostrato una sorprendente coerenza di intenti conservando intatto, durante oltre sessant’anni di attività, un proposito fondamentale: quello di trasfigurare la natura attraverso una sorta di “astrazione irrisolta”, sondando cioè la profondità delle cose senza smarrirne la presenza ontologica, fattuale e, restituendone in definitiva, un’immagine filtrata dalla propria capacità di rielaborazione a posteriori.

Attraverso un corpus di opere fondamentali, la mostra intende narrare la storia di un cammino personale, partecipato ed emotivamente intenso.

La mostra documenta l’intera produzione pittorica dell’artista con oltre novanta opere dall’Espressionismo lirico alla ricerca sul colore e sulla luce, oltre che due temi fondamentali della sua indagine: la figura e il rapporto con la natura.

Il percorso espositivo muove dagli esordi di Birolli nella Milano degli anni Trenta intorno al critico Edoardo Persico; prosegue attraverso la stagione realista di Corrente di cui è protagonista e giunge infine agli esiti astratti e informali degli anni Cinquanta, in cui la pittura dell’artista entra in risonanza con l’Espressionismo astratto americano.

Protagonista engagé della vita e del dibattito artistico italiano nei decenni centrali del Novecento, Birolli ha fatto del lirismo cromatico la chiave di una lettura allo stesso tempo critica e poetica del reale, unendo la sensibilità veneta del colore con la lezione di Van Gogh e Cézanne, come annotava nei Taccuini nel 1936:

« Il colore non è materia, è nucleo emozionale. »

Sono esposti i principali capolavori dell’artista provenienti, oltre che dalla collezione Birolli e dalle maggiori collezioni private italiane ed europee, da istituzioni e musei italiani: la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, il Museo del Novecento di Milano, la Galleria d’Arte Moderna di Torino, la Galleria d’arte Moderna di Udine e la Collezione Banca Intesa.

Completano il percorso documentazioni e foto d’epoca che provengono dal fondo dell’Archivio milanese e dall’Associazione Renato Birolli recentemente costituita. Accompagna la mostra un catalogo con testi di Elena Pontiggia e Viviana Birolli in cui vengono pubblicati, per la prima volta, documenti inediti del «Fondo Renato e Rosa Birolli», conservato a Firenze presso il Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux.

La poetica di Ettore Fico si è espressa attraverso un vasto corpus di dipinti, tempere, acquerelli, pastelli, incisioni e disegni di un mondo intimo e privato, pochissimo popolato, abitato, più che da persone, dagli oggetti dello studio, dai fiori del suo giardino, dagli animali e da impressioni coloristiche in bilico tra realtà e irrealtà.

Per questa nuova mostra al museo a lui dedicato, abbiamo voluto porre l’attenzione su un periodo particolarmente fortunato della sua produzione, quello degli anni Sessanta, in cui le spesse superfici pastose della materia pittorica si aggrappano al supporto della tavola e della tela frammiste a sabbia, terra ed elementi vetrosi che aumentano il volume della massa colorata in bassorilievi coloristici e fisicamente presenti come elementi principali delle composizioni.

Il ricco e stimolante tema della Vanitas, rivisitato attraverso un innovativo percorso, prevede l’esposizione di oltre cinquanta opere di grandi maestri – da Baschenis a Solimena, da Murillo a Cagnacci, realizzate tra la fine del XVI secolo e il XVIII secolo – che affrontano il tema della caducità della vita e l’essenza effimera delle vanità umane.

L’importante nucleo di opere è messo a confronto con una selezione di lavori di artisti contemporanei internazionali – provenienti dalla donazione di Renato Alpegiani che quest’anno ha arricchito le collezioni permanenti del MEF – il cui perno ruota attorno al tema del passaggio dalla vita alla morte, tra aldiquà e aldilà. I trentasei artisti, presenti in mostra con fotografie, installazioni, sculture e dipinti, vanno da Carol Rama a Danh Vo, da General Idea a Thomas Saraceno, da Santiago Sierra a Maria Lai.

Dalle nature morte ai dipinti barocchi di figura tutto riconduce, sia nell’arte antica che nelle opere contemporanee, al file rouge della mostra che è completata da dodici fotografie di Fred Goudon che ritraggono i principali atleti del rugby internazionale.

Il silenzio delle cose
Vanitas, allegorie e nature morte da collezioni italiane
a cura di Davide Dotti

Non la parola fine ma la fine delle parole
La donazione Renato Alpegiani
a cura di Andrea Busto e Lorena Tadorni

Corpi atletici – Dieux du Stade
Fotografie di atleti di Fred Goudon
a cura di Andrea Busto

The Messengers of Gravity
Opere site-specific di Luca Pozzi
a cura di Gianluigi Ricuperati

Think of me, sometimes
Performance di Ruben Montini e Alexander Pohnert
a cura di Andrea Busto

La mostra propone alcuni lavori che hanno come tema predominante il Mediterraneo e i numerosi viaggi dell’autore nella culla della nostra antica civiltà.

La vocazione mediterranea di Ettore Fico è testimoniata da alcune serie tematiche ricorrenti all’interno della sua variegata produzione artistica. A partire dagli esordi, il pittore comincia a dipingere con toni terrosi e spenti una natura afosa del Maghreb e contemporaneamente immortala i suoi commilitoni.

Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, l’artista frequenta assiduamente la costiera amalfitana e ne ritrae la rudezza e il folklore. Non mancano infine i contorni del litorale ligure, della Provenza e della Camargue francesi, impiegando una gamma di colori più calda e suadente.

L’esposizione presenta il primo tentativo di analisi attraverso una prospettiva storica della generazione di artisti italiani attivi tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Duemila.

Un periodo, dalla caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989) al crollo delle torri gemelle a New York (11 settembre 2001) in cui società e cultura hanno conosciuto cambiamenti particolarmente intensi, in attesa di un altro cruciale passaggio, l’avvento di un nuovo secolo e di un nuovo millennio.

In mostra una generazione di artisti che, rispetto a quelle precedenti, pratica una grande libertà stilistica, formale e di contenuti, passando dalla pittura al video, dall’installazione alla scultura, dalla fotografia all’oggetto.

Un ricco percorso multidisciplinare tra arte, design e costume per raccontare l’affascinante storia di un materiale che ha profondamente segnato e condizionato il nostro tempo e le nostre abitudini. Gli oggetti e le opere in mostra costituiranno una sorta di atlante del contemporaneo.

Con una selezione di 186 opere il MEF – Museo Ettore Fico ha il piacere di presentare, in collaborazione con la Donation Jacques Henri Lartigue, una mostra antologica di uno dei più significativi fotografi del Novecento.

La mostra, realizzata a partire da 130 album originali di Lartigue, ripercorre il destino unico di questo fotografo il cui talento ora indiscusso venne riconosciuto tardivamente, all’età di 69 anni. La mostra è composta da 136 fotografie in grande formato e da 50 pagine d’album dell’epoca (1912 – 1922) che permettono di vedere le immagini nel contesto originale. Una selezione di opere emblematiche che ripercorrono tutta la storia del Novecento e le origini della fotografia contemporanea.