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La pratica artistica multidisciplinare di Paolo Brambilla fa uso di processi speculativi e di permutazioni formali, assumendo o distorcendo diversi format produttivi e riproduttivi, allo scopo di indagare gli infiniti cicli di assimilazione, dispersione e trasformazione del prodotto culturale. In occasione della sua prima mostra personale in un museo, Paolo Brambilla presenta un progetto inedito realizzato appositamente per gli spazi del MEF.

In questa circostanza, l’artista considera la categoria stilistica del “capriccio” – un trattamento tematico ricco di trasformazioni e libere associazioni di momenti apparentemente slegati l’uno dall’altro – allo scopo di esplorare come immagini e informazioni storicamente stratificate potrebbero essere spogliate, esteticamente adattate e riapplicate in modo da costituire nuovi arcipelaghi e costellazioni di significati.

Capriccio presenta diversi ambienti totali composti da numerose tipologie di oggetti che spaziano da arredi modulari, a sculture amorfe, a impianti decorativi, indagando l’integrazione concettuale tra il tempo e lo spazio della finzione e le modalità di produzione estetica ed artistica.

Contrazioni e dilatazioni dello spazio e del tempo: non necessariamente visibili, ma possibili e quindi reali. Intorno a questa riflessione Agostino Bergamaschi struttura il progetto Superpassato, prima mostra personale nello spazio di un museo.

La ricerca di Bergamaschi parte dalle più svariate influenze della quotidianità. Elementi che scandiscono la sua vita di tutti i giorni – dalle letture, alle immagini dei maestri della storia dell’arte, fino alla facciata del palazzo dove lavora – sono interpretati e declinati in sculture e fotografie caratterizzate da una forte sperimentazione con i materiali.

Superpassato è una mostra realizzata con opere site-specific in dialogo con gli spazi del MEF.

L’artista è partito dai dettagli architettonici della struttura. Gli architravi, le intercapedini, il terrazzo rivolto verso la città, sono alcuni elementi da cui Bergamaschi ha tratto spunto per costruire un’installazione che, unendo scultura e fotografia, lega la dimensione e i riferimenti quotidiani dell’artista a quelli del museo.

Acciaio, vetro, gomma, legno: la conciliazione tra momenti differenti emerge anche dalla scelta dei materiali per le opere, provenienti da contesti lontani tra loro, in cui si uniscono senza gerarchia lavorazioni artigianali a procedimenti industriali.

Le opere di Cosimo Veneziano indagano il vasto universo di immagini del patrimonio sociale, architettonico e urbano. All’interno di tale linea, l’indagine sulla natura dei monumenti e sulla loro identità contemporanea è diventata uno snodo centrale della sua ricerca continuamente sollecitata dalle molteplici distruzioni operate da regimi terroristici e dai cambiamenti economici che hanno inaspettate e sorprendenti ricadute sul panorama urbano.

Partendo dal presupposto che l’installazione di un monumento nello spazio pubblico comporta la selezione di un “fatto storico” , di un “dio” o di un “personaggio” ritenuti cruciali per la comunità, l’artista si chiede quale peso possa avere la distruzione di un patrimonio riconosciuto come collettivo.

Quali effetti ha nel nostro immaginario e in quello dei posteri la “cancellazione” di monumenti in seguito ad azioni distruttrici come quelle avvenute in Siria, Libia o Iraq? E come vivere in un contesto caratterizzato da edifici improvvisamente divenuti vere e proprie architetture fantasma?

La mostra documenta la poliedrica attività creativa di Bruno Munari (Milano, 1907-1998), uno dei personaggi più significativi della cultura artistica internazionale del XX secolo.

Il percorso espositivo pone in evidenza la sua multiforme ricerca e l’originalità della sua sperimentazione offrendo alla fruizione del pubblico l’ampio arco delle sue operazioni creative (disegni, progetti, collage, dipinti, sculture, libri illeggibili, nuove tecniche di riproduzione delle immagini, oggetti di industrial design, esperienze di grafica editoriale, architettura, nonché nuove proposte di pedagogia), solo per indicare le discipline più rappresentative all’interno del suo progetto di sintesi delle arti.

Un ricco fondo inedito costituito da un centinaio di fotografie e polaroid realizzate da Ettore Fico, a partire dai primi anni Settanta, viene esposto per la prima volta.

Le tematiche del paesaggio e del giardino, tanto care all’artista, vengono qui trattate grazie al nuovo mezzo fotografico (l’istantanea Polaroid con pellicole auto-sviluppanti) in primis quale valore documentaristico ma anche e soprattutto come nuovo mezzo espressivo a compendio della sua pittura.

Un modo ulteriore per rimarcare la sua cifra stilistica, anche con il nuovo mezzo fotografico, sempre in bilico tra astrazione e figurazione.

Eugenio Tibaldi, nato ad Alba nel 1977, dal 2000 al 2015 ha vissuto e lavorato nell’hinterland napoletano.

Dal 2016 si è trasferito a Torino per lavorare alla mostra Seconda Chance. Artista attratto da sempre dalle dinamiche delle aree marginali, sceglie di rappresentare la contemporaneità attraverso i luoghi periferici, di documentarli e studiarli in quanto defilati e poco amati, prescelti per i cambi culturali ed estetici, liberi dal peso della storicizzazione e di conservazione.

Seconda chance è frutto di una lunga permanenza di Tibaldi nel quartiere di Barriera di Milano, a Torino, esplorato nei suoi aspetti eterogenei: dalla storia, alla società, fino alla presenza architettonica delle vecchie fabbriche, da tempo nell’interesse dell’artista:

«Ho sempre pensato che l’architettura diventi una forma di arte nel momento in cui tradisce e sconfessa il progetto iniziale e comincia a vivere di vita propria sconfiggendo il binomio forma-funzionalità. Allo stesso modo, interi quartieri cambiano pelle e si ridisegnano».

Tibaldi ha scelto di vivere in Barriera di Milano per costruire una mostra che nasce dal contatto con gli abitanti, intesi come “ossatura” del quartiere stesso e attivatori diretti della trasformazione sociale-economica ed estetica che vi è stata e che è in atto in questi anni.

Il percorso espositivo racconta attraverso oggetti, storie e persone un cambiamento che, come afferma l’artista «reca le tracce di tutti i passati e di tutte le culture».

Tibaldi utilizza oggetti dimenticati e dismessi, a cui dona una seconda possibilità di lettura, “miscelandoli” sia con i suoi lavori più recenti, sia con opere appositamente pensate per la mostra. Ne risulta un progetto espositivo in cui i dati di partenza non sono utilizzati mai in chiave archivistica, ma rielaborati come se fossero colori di una tavolozza con cui tracciare un dipinto, una linea utopico-analitica del momento storico in cui viviamo.

La mostra è parte di un progetto triennale che presenta al pubblico una fra le più importanti raccolte di fotografia a livello nazionale: la Collezione Guido Bertero.

Da Berengo Gardin a Giacomelli, Migliori, Patellani, fino a Ghirri e Fontana, senza dimenticare la stagione dei “paparazzi” alla Secchiaroli, questa collezione racconta la storia italiana, fra società e costume. Un fondo costruito negli anni con coerenza e acume critico che, fin dai primi anni, ha accostato i grandi nomi della fotografia italiana a quelli della fotografia internazionale come Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Paul Strand, Walter Evans. La prima tappa di questo focus riguarderà la fotografia italiana del secondo dopoguerra.

La fotografia Neorealista. Trasmigrazioni dalla realtà rurale alla nuova prospettiva metropolitana 1945-1968 racconta i cambiamenti sociali e urbanistici che hanno riguardato il nostro Paese. Un documento visivo, costituito da oltre un centinaio di scatti vintage, che ritrae un’Italia in continuo cambiamento. Sono gli anni dei viaggi da sud a nord, la ricostruzione, il boom economico. Anni di vitale importanza che hanno definito il carattere e l’identità italiana e che oggi, più che mai, si configurano di estrema attualità per la presenza dei temi affrontati: le migrazioni, le trasformazioni urbanistiche.

Un periodo d’oro dell’arte italiana, con cui il Paese si impone nell’immaginario collettivo internazionale. Un processo messo in atto proprio dai linguaggi “neorealistici” della fotografia e del cinema. È quello che riescono a fare registi come Rossellini, De Sica, Visconti, Germi, Castellani, Lattuada e che va di pari passo agli scatti fotografici di quegli anni.

In mostra, il racconto del cambiamento: dalle stazioni del Sud ritratte da Enzo Sellerio, dalla Puglia di Mario Giacomelli, all’Emilia di Nino Migliori, fino ai ritratti dei braccianti di Fosco Maraini e i minatori di Federico Patellani.

Dustmuseum.org è il titolo sotto il quale dal 1970 Piero Livio seleziona, raccoglie e assembla scarti e rifiuti destinati all’oblio; la variazione di contesto, di punto di vista, offre agli oggetti una nuova identità, una rinnovata dignità, un’occasione di riflessione, quasi un istante di eternità. I quasi cento oggetti in mostra sono la piccola parte emergente dell’intera produzione organizzata e catalogata sistematicamente negli anni.

Gli oggetti, costruiti con contributi occasionali, assemblati con fragili legature organiche di mollica, cera d’api e sottili fili di rame, sono racchiusi in ampolle e teche reali o spazi virtuali che tendono a stabilizzare questa nuova realtà.

“In una lama di sole, milioni di oggetti volanti emergono dal nulla, un polveroso universo, una ricchezza celata di differenti nature, colori, misure, tensioni, attrazioni, pulsioni; un pacato caotico vortice, un parabolico andare in cerca di pace che pace non è. Il rumore inudito del ribollir silenzioso del fiato terreno; quel fiato presente, impalpabile, assente, trasporta la vita, la fortuna, il destino, un granello piccino, l’intero universo che porta con sé.”

Mostre, incontri, cantieri didattici aperti al pubblico: per tutto il mese di settembre al MEF – Museo Ettore Fico arriva il CCR – Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”.

Bellezza senza tempo è il primo appuntamento di un protocollo d’intesa firmato da MEF e CCR che prevede lo sviluppo congiunto di progetti interdisciplinari per la valorizzazione, conservazione e divulgazione del nostro patrimonio artistico. Attraverso una programmazione di mostre ed eventi, il MEF ha come obiettivo quello di favorire l’accesso dei cittadini alla cultura, ampliando il bacino di utenza attraverso collaborazioni con altre realtà culturali, favorendo così uno scambio di pubblico di target diversificati.

Il CCR da oltre dieci anni si dedica alla conservazione e al restauro del patrimonio artistico, svolge attività di ricerca scientifica e tecnologica e ne diffonde i risultati attraverso la formazione, la pubblicazione e il trasferimento delle innovazioni sperimentate durante lo svolgimento delle proprie attività.

Dall’incontro di queste competenze nasce Bellezza senza tempo, il primo di un ciclo di eventi che vedrà dialogare arte antica e contemporanea, teoria e divulgazione del restauro e cantieri didattici. Un’occasione per conoscere e approfondire il tema della conservazione delle opere di arte contemporanea anche per un pubblico non specializzato.

Tutti gli appuntamenti segnalati sul comunicato completo.

Il lavoro di Antje Rieck esamina l’idea di trasformazione, trascendenza e metamorfosi, posizionando il corpo umano come un recipiente poroso in dialogo con il suo ambiente.

La sua pratica investiga la struttura con e attorno allo spazio formato dalla biografia del tessuto sociale. Nelle installazioni scultoree e specificamente allocate, l’artista utilizza materiali organici come il marmo, il legno e la pietra e altri media, tra i quali la fotografia, il video, l’animazione digitale, e la performance.

Il processo investigativo dell’artista è caratterizzato da diversi livelli di percezione che lei definisce Experimentierfelder (campi di sperimentazione) o Spielfelder (campi di ricreazione) che creano un riferimento geografico visibile all’immaginario dell’infinito.

Nelle sue ultime investigazioni, la Rieck esplora la crescita cristallina e le sue proprietà uniche in economie cristalline, tra le quali l’esperimento CrystalGrowingStation, i cui confini potranno essere esplorati nella mostra al MEF. Una costellazione di sistemi aperti e chiusi di materie varie, manipolati e non, orchestrando una geologia di spazi, che mappano una percezione che coreografa l’architettura del museo in tesori rinnovati e rinnovabili di coscienza.
Parte della mostra morfologica sarà l’introduzione al pubblico di LightHenge.

Il progetto di tale opera pubblica per la città di New York consiste di tre sculture composte da pannelli acrilici, in acciaio inox e cristalli coltivati. Il progetto è stato approvato per l’installazione all’East River Park di Manhattan all’inizio dell’autunno 2016.

L’artista ha vinto diversi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Cesare Pavese per la Scultura (1997) e la nomina al Premio Targetti (2003). Le mostre di Antje Rieck includono, illuminations d’eau, Fondazione Mario Merz, Torino (2006/2008); “GLASSTRESS 2011”, 54esima Esposizione Internationale d’Arte della Biennale di Venezia; Seeing through Abstraction, RU Residency Unlimited, New York (2015).

Le sue commissioni pubbliche includono The mark of the Chemist: A Dialogue with Primo Levi, Fondazione Primo Levi/Teatro Stabile, Torino (2011) e Intrave, Monumento in Memoria ai Martiri delle Fosse Ardeatine, Roma (2006).